Reportage fotografico: distanze, connessioni e partecipazione umana

“Per un vero fotografo una storia non è un indirizzo a cui recarsi con delle macchine sofisticate e filtri giusti. Una storia vuol dire leggere, studiare, prepararsi. Fotografare vuol dire cercare nelle cose quel che uno ha capito con la testa. La grande foto è l’immagine di un’idea.” (Tiziano Terzani).

Negli ultimi anni si è parlato spesso di reportage e si è associato questo termine a varie sfumature della fotografia. Oggi vogliamo provare a risalire alle vere origini di questo genere per cercare di comprenderne la vera essenza.

La nascita del reportage è legata sopratutto agli ambienti di guerra, ricoprendo il ruolo di testimone degli avvenimenti di cronaca, e quindi “strumento determinante” per la costruzione della memoria storica.

Divenne grande narratore di condizioni sociali disastrose, di civiltà sconosciute, di meravigliosi luoghi nascosti ma anche, e soprattutto, di “normalità”, dell’unicità degli esseri umani.

Ciò che accomuna il racconto di questi soggetti molteplici è l’approccio utilizzato dal fotografo.

Fare reportage significa stabilire una silenziosa e potente connessione con il soggetto ritratto. Bisogna porsi in una condizione di profonda empatia senza mai dimenticare il proprio vissuto.

Basti pensare al racconto fotografico “The Spanish Village” (1950) per la cui realizzazione, il grande Eugene Smith visse un anno intero in una piccola comunità rurale spagnola con lo scopo di comprenderne usi e costumi ma soprattutto di essere considerato un pari.

Questo tipo di fotografia esige una sorta di distanza fisica dal soggetto, che viene ripreso il più delle volte senza accorgersene, sempre con grande partecipazione umana e con una sorta di ricerca del sensazionale. Fare in modo che l’altro si mostri a noi come se fossimo il suo specchio. Una sorta d’intimità artistica che ci permette di abbandonarci completamente al sentimento di quel momento.

Un altro elemento caratterizzante il reportage è dato dalla concatenazione concettuale che si sviluppa tra i singoli scatti. L’organizzazione dei fotogrammi e la visione personale dell’autore su un determinato argomento sono il fulcro della narrazione per immagini. L’alito di vita di una storia ogni volta diversa che contiene in sé una firma unica e sempre riconoscibile, quella del suo autore.

“Prima di scattare una foto, in un frammento di secondo, mi chiedo sempre se quella cosa mi sta emozionando. Se non sono il primo a emozionarmi, non potrò suscitare mai qualcosa nel mio interlocutore”. (Salvo Moroni)

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